Priverno: cenni storici

Le testimonianze più antiche finora rinvenute nel nostro territorio risalgono alla preistoria, in particolare al Bronzo antico e medio (1500-1200 a.C.) ma le prime notizie storicamente rilevanti ci arrivano dallo storico Tito Livio. Lo storico cita la città Volsca, originariamente chiamata Privernum, in due occasioni: nel 385 a.c. quando è ancora  un importante centro Volsco e nel 329 a.c. quando la città viene conquistata dai Romani.

(…) Atto questo di barbara crudeltà che rese ancora più clamorosa l’umiliazione del popolo romano. A quella disfatta si andarono ad aggiungere anche le devastazioni compiute in séguito da Privernati e Veliterni con una improvvisa incursione in territorio romano. Quello stesso anno vennero aggiunte due nuove tribù, la Pontina e la Publilia, e si celebrarono i giochi promessi in voto dal dittatore Marco Furio. Su iniziativa del senato, per la prima volta nella storia di Roma, il tribuno della plebe Gaio Petilio presentò al popolo un disegno di legge sulla corruzione elettorale. Con questa misura si sperava di eliminare l’abitudine di brigare a caccia di voti, specialmente da parte degli uomini nuovi, i quali erano soliti andare in giro per piazze e mercati. Fu invece meno gradita ai senatori una proposta di legge presentata l’anno successivo durante il consolato di Gaio Marcio e Gneo Manlio. Gli autori della proposta – accolta con ben altro favore dalla plebe e volta a limitare il tasso di interesse annuo all’uno per cento – furono i tribuni della plebe Marco Duilio e Lucio Menenio. Alle guerre già decise l’anno precedente, venne ad aggiungersene una con i Falisci. A questo popolo venivano imputate due colpe, e cioè il fatto che alcuni loro giovani avessero militato nelle file dei Tarquiniesi e il non aver riconsegnato ai feziali che li reclamavano i Romani rifugiatisi a Faleri dopo la rotta. La campagna toccò a Gneo Manlio. Marcio guidò invece un esercito nel territorio dei Privernati (rimasto intatto per il lungo periodo di pace intercorso), e riempì le truppe di bottino. Alla grande razzia il console aggiunse anche la propria generosità, perché non fece accantonare nulla per le casse dello Stato, favorendo l’utile personale dei soldati. Dato che i Privernati si erano accampati di fronte alle mura della loro città proteggendosi con massicce opere di fortificazione, egli convocò l’adunata e rivolse alle sue truppe queste parole: «L’accampamento e la città dei nemici ve li concedo fin da adesso come vostro bottino, a patto che mi garantiate di svolgere il vostro cómpito con valore, pensando più alla battaglia che al bottino». I soldati chiesero allora a gran voce che venisse dato loro il segnale e si gettarono con ardore in battaglia, rincuorati da una sicurezza che non ammetteva dubbi. Fu allora che Sesto Tullio (di cui abbiamo parlato prima), davanti alle insegne, gridò: «Guarda, comandante, come il tuo esercito mantiene la promessa fatta!». Poi, lasciata l’asta, impugnò la spada e si gettò all’assalto del nemico. I soldati della prima linea lo seguirono in massa e, messi in fuga i nemici al primo urto, li inseguirono fino in città. E lì, quando i Romani stavano ormai accostando le scale ai muri, la città si arrese. La vittoria sui Privernati venne celebrata con un trionfo.

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La notizia di questo ammutinamento unita alla difficile guerra iniziata coi Sanniti spinse alcuni popoli a rinunciare all’alleanza con Roma: a parte i Latini, che già da tempo erano alleati inaffidabili, i Privernati devastarono con un’improvvisa incursione anche le colonie romane di Norba e Sezia.

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Erano già consoli Gaio Plauzio (per la seconda volta) e Lucio Emilio Mamerco, quando gli abitanti di Sezia e di Norba vennero a Roma per riferire che i Privernati si erano ribellati, e per lamentarsi delle devastazioni subite. Si apprese anche che un esercito di Volsci, alla cui testa erano gli Anziati, si era accampato nei pressi di Satrico. Entrambe le guerre toccarono in sorte a Plauzio. Come prima cosa marciò contro Priverno, venendo immediatamente allo scontro armato. Sconfitti i nemici senza eccessivi sforzi, catturò la città, cui impose una massiccia guarnigione, e la restituì agli abitanti, privandola però di due terzi della terra.

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Il territorio dei Latini, invece, in aggiunta a quello dei Privernati e a quello di Falerno (appartenuto al popolo campano) fino al fiume Volturno, venne diviso tra la plebe romana. A ciascun cittadino furono assegnati due iugeri nel Lazio, in modo da aggiungere un terzo di iugero nel territorio di Priverno, mentre in quello di Falerno vennero assegnati tre iugeri di terra a testa con in più un quarto di iugero dato come compenso per la lontananza.

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Quello stesso anno vide l’inizio della guerra con i Privernati, i cui alleati erano gli abitanti di Fonda e il cui comandante era, anch’egli, di Fonda. Si trattava di Vitruvio Vacco, uomo noto non solo in patria, ma anche a Roma, dove possedeva una casa sul Palatino, nel punto che, quando l’edificio venne abbattuto e il terreno confiscato, prese il nome di prati di Vacco. A contrastarlo nella sua devastazione dei territori di Sezia, Norba e Cora venne inviato Lucio Papirio, che si accampò non lontano dell’avversario. Vitruvio non aveva né la fermezza d’animo di rimanere al riparo della trincea di fronte a un nemico ben più forte, né il coraggio di combattere lontano dall’accampamento. Quasi tutto il suo contingente si trovava schierato di fronte all’ingresso dell’accampamento e i suoi soldati si stavano preoccupando più della fuga che della battaglia o del nemico, quando Vacco iniziò una battaglia disperata senza dimostrare né prudenza né audacia. Sconfitto con non troppa fatica e in maniera che non lasciava dubbi, poiché il suo accampamento era vicino e facilmente raggiungibile, riuscì agevolmente a evitare gravi perdite. Durante la battaglia non morì quasi nessuno; solo pochi della retroguardia in fuga persero la vita mentre stavano riversandosi nell’accampamento. Alle prime luci della sera raggiunsero Priverno con una marcia affannosa, per cercare nelle mura della città una protezione più sicura della trincea. Da Priverno l’altro console, Plauzio, saccheggiate le campagne dei dintorni e conquistato grande bottino, guidò l’esercito nel territorio di Fonda. Mentre ne stava varcando i limiti, gli andò incontro il senato di Fonda, i cui membri dissero di essere venuti a rivolgere una preghiera non a favore di Vitruvio e di quanti lo avevano seguito, ma del popolo di Fonda che Vitruvio stesso aveva dichiarato estraneo alla guerra quando si era rifugiato a Priverno invece che nella sua città natale. Perciò era a Priverno che bisognava cercare e punire i nemici del popolo romano, i quali si erano ribellati contemporaneamente ai Fondani e ai Romani, dimenticandosi dell’una e dell’altra patria. Gli abitanti di Fonda si mantenevano pacifici, avevano sentimenti di amicizia nei confronti dei Romani e dimostravano gratitudine per la cittadinanza ricevuta. Implorarono il console di astenersi dal fare guerra contro un popolo innocente: le campagne, la città, le loro stesse persone e quelle delle mogli e dei figli erano e sarebbero state sottomesse all’autorità di Roma. Il console, elogiati gli abitanti di Fonda e spedita a Roma una lettera con la quale annunciava che quella città si manteneva leale, si diresse verso Priverno. Claudio scrive che prima di partire il console fece giustiziare i capi della rivolta, inviando a Roma in catene trecentocinquanta di quelli che vi avevano preso parte. Ma il senato non avrebbe accettato la resa, convinto che il popolo di Fonda volesse liberarsi di ogni responsabilità facendo ricadere la punizione sui cittadini poveri e di bassa estrazione. Mentre Priverno era assediata dai due eserciti consolari, l’altro console venne richiamato a Roma per presiedere le elezioni. In quell’anno vennero allestiti per la prima volta dei recinti per i cavalli nel circo. Le preoccupazioni per la guerra contro Priverno non si erano ancora esaurite, quando arrivò la grave notizia di una sollevazione dei Galli: un annunzio che quasi mai veniva trascurato dai senatori. E così i due nuovi consoli Lucio Emilio Mamercino e Gaio Plauzio, lo stesso giorno in cui erano entrati in carica (le calende di luglio), ricevettero disposizione di dividere tra loro le missioni: a Mamercino, cui era toccata la campagna contro i Galli, fu ordinato di tenere la leva militare senza concedere alcun tipo di esenzione. Anzi, si racconta che vennero chiamati in massa anche gli operai e gli artigiani sedentari, gente per nulla adatta al servizio militare. A Veio venne concentrato un enorme esercito, per muovere di lì contro i Galli. Si decise però di non spingersi oltre, per timore che il nemico ingannasse tutti dirigendosi a Roma per un’altra via. E così, siccome dopo pochi giorni fu abbastanza evidente che i Galli restavano per ora tranquilli, tutta la forza venne concentrata su Priverno. Da questo momento in poi si ha una duplice versione dei fatti: alcuni storici sostengono che la città venne presa con la forza e che Vitruvio fu catturato vivo; altri invece che, prima dell’assalto finale, il popolo stesso uscì dalle mura e recando il ramoscello della pace si arrese nelle mani del console, consegnando Vitruvio. Il senato, consultato in merito al destino di Vitruvio e dei Privernati, ordinò al console Plauzio di radere al suolo le mura di Priverno, di lasciarvi una robusta guarnigione e di tornare a Roma in trionfo. Quanto a Vitruvio avrebbe dovuto rimanere in carcere fino al ritorno del console, e quindi essere fustigato a morte. Fu disposto che la sua casa sul Palatino venisse rasa al suolo, mentre i suoi beni vennero consacrati a Semone Sango. Col denaro ricavato dalla loro vendita vennero forgiati anelli di bronzo che furono collocati nel santuario di Semone, di fronte al tempio di Quirino. Quanto al senato di Priverno, fu deciso che tutti i senatori rimasti in città dopo la defezione da Roma avrebbero dovuto stabilirsi al di là del Tevere, alle stesse condizioni riservate ai Veliterni. Prese queste decisioni, fino al momento del trionfo di Plauzio non si parlò più dei Privernati. Dopo il trionfo il console fece uccidere Vitruvio e i suoi complici; pensando che di fronte a uomini ormai saziati dalle pene toccate ai responsabili di quel crimine si potesse affrontare serenamente la questione dei Privernati, parlò in questi termini: «Visto che i responsabili della defezione hanno avuto giuste pene tanto dagli dèi immortali quanto da voi, senatori, che cosa avete intenzione di fare circa la massa incolpevole? Quanto a me, anche se mi spetta più chiedere che non dare pareri, tuttavia, vedendo che i Privernati sono vicini ai Sanniti con i quali i nostri rapporti di pace sono attualmente precari, vorrei che tra noi e loro restassero meno motivi di risentimento possibile». Non ostante la questione fosse già di per sé incerta e ciascuno suggerisse, a seconda della propria indole, un comportamento più o meno severo, tutto venne ulteriormente complicato da un membro della delegazione privernate, il quale, preoccupato più della condizione nella quale era nato che non della gravità del frangente, essendogli stato chiesto da un sostenitore di misure ben più severe quale fosse a sua detta la giusta pena per i Privernati, disse: «Quella che meritano quanti si ritengono degni di essere liberi». Il console, vedendo che questa risposta altezzosa aveva accresciuto l’ostilità di chi era già contrario alla causa dei Privernati, sperando di ottenere una risposta meno dura con una domanda più benevola, chiese: «Se vi condoniamo la pena, che tipo di pace possiamo sperare da voi?». La risposta fu: «Leale e duratura, se quella che ci proporrete voi sarà buona; ma di breve durata, se cattiva». Fu allora che qualcuno gridò che i Privernati stavano apertamente minacciando i Romani e che quelle parole erano per i popoli in pace un’istigazione alla rivolta. Ma la parte più moderata del senato dava un senso migliore a quelle parole e sosteneva che si era ascoltata la voce di un uomo libero: era mai possibile credere che un popolo o un uomo sarebbero rimasti più a lungo del dovuto in una condizione intollerabile? Una pace sicura si aveva là dove era stata volontariamente accettata, e non si poteva sperare che ci fosse lealtà là dove si cercava di imporre la schiavitù. Fu soprattutto il console a orientare verso questa opinione, dicendo agli ex consoli, cui toccava per primi esprimere il proprio parere, con voce abbastanza alta da farsi sentire anche dagli altri, che solo quanti non pensavano ad altro che alla libertà erano degni di diventare romani. Così i Privernati vinsero la loro causa in senato e su proposta del senato venne presentata al popolo una proposta di legge per conferire loro la cittadinanza romana.

Altre notizie degne di attenzione ci arrivano da Virgilio che nell’Eneide descrive la leggendaria figura di Camilla, l’eroina figlia di Metabo re dei Volsci, che combatté contro Enea perdendo la vita sul campo di battaglia. La conquista della città  volsca , che  mantenne il suo nome originario, da parte di Roma è da collocarsi sul finire del II sec.a.c. nell’odierna località Mezzagosto. Situata fra le zone costiere e la vicina Valle del Sacco la nuova città seppe ritagliarsi, all’interno della Piana dell’Amaseno, un ruolo strategico  per il controllo delle comunicazioni stradali, sviluppandosi rapidamente e divenendo un ricco centro agricolo e commerciale. Il centro di Pianura, come attestano i dati archeologici, fu abitato fino all’ XI secolo quando la città, da ora chiamata Piperno, fu trasferita sul vicino Colle rosso, altura ben difendibile, posta a controllo della via pedemontana, importante arteria commerciale. Sede vescovile dalla seconda metà dell’VIII secolo, nel 1217 venne unita alla diocesi di Terracina. L’abbandono della città a valle avvenne lentamente così come lentamente andava formandosi l’attuale città collinare: nel XIII secolo vennero edificati il Palazzo comunale, numerose chiese e le mura. Piperno, pur appartenendo allo Stato Pontificio, non fu mai sottomessa al potere dei signori feudali godendo sempre di ampia autonomia propria. Un consistente rinnovo urbanistico si ebbe nel XVIII secolo, finché dalla metà del XX secolo la città estese il suo abitato oltre le mura medievali fino a configurarsi sull’assetto odierno. Nel 1927 riprenderà il nome di Priverno. Il centro storico si articola sull’originario tessuto urbanistico medievale, caratterizzato da un’asse principale, la via Consolare che, adattandosi alla conformazione del colle, taglia in due la città. Su di essa si affacciano le abitazioni pubbliche e private più importanti; a metà del suo percorso si apre la piazza dove si ergono il Palazzo Comunale e la Cattedrale. All’interno del tessuto urbano sono ancora perfettamente riconoscibili, in un susseguirsi di vicoletti e ripide scalinate con palazzotti traforati da bifore e portali ad ogiva, numerose chiese, strutture abitative medievali, palazzi signorili con portico al piano terra, case-torri e case con profferlo, caratteristica scala esterna in pietra che permetteva l’accesso al primo piano. La cinta muraria, di cui sono ancora visibili lunghi tratti, si estendeva per circa 1600 metri, era munita di 72 torri e circondava interamente la città. Le porte d’ingresso originarie erano sei ma oggi si conservano solo Porta Napoletana, che mantiene l’originario aspetto risalente alla metà del XII sec., riconoscibile dall’arco ogivale della facciata interna e dal vano di passaggio a pianta quadrangolare con volte a crociera, e un fornice di Porta San Marco, attualmente detta Porta Romana.